30 luglio 2016

Miscellanea: La sottile bellezza








" Voglio un cielo di mille colori, con il vento che cambia la scena." (bitw)

 
Era tornata alle origini, era tornata alla verità, era tornata al villaggio dall’altra parte del mondo, dai confini della dimenticanza dove non era riuscita a integrarsi sia nel modo del dire che nel modo del fare. D’altronde non le interessava né mai l’avrebbe interessata visto che tutto il suo vivere era formato dallo spazio che il bosco assiepava, compreso il fiume ribelle che ne segnava una piccola venatura. Questo era l' universo e in questo mondo ci viveva a meraviglia. Elina era avvolta da una sottile bellezza, si sottile, non di quelle bellezze imbarazzanti o volgari e che, comunque, non manifestava in alcun modo e di cui forse non né era nemmeno consapevole dato che in lei non trovava spazio l’ansia del piacere né l’ansia di piacere. La bellezza faceva parte di sé ed era una situazione che non le creava disagio nei confronti degli altri e specialmente degli abitanti il villaggio. E così tutti l’amavano e anche essa si faceva avvicinare per i suoi modi gentili e poi la semplicità la rendeva apprezzabile. Non parlava mai con foga o passione di un argomento, anche se ai confini della dimenticanza aveva imparato cosa fossero, ma era sempre circondata da un’aureola di sobrietà e pacatezza e la cosa strana, per i più, sembrava che non fosse stata educata a questo modo d’ essere, ma che esso era nato in lei e con lei e chi l’ avvicinava veniva attratto da questa naturale pacatezza d’animo. Gli abitanti del villaggio dicevano e forse ci credevano realmente che la sua sottile bellezza li avrebbe salvati perché avrebbe salvato il mondo e lei ne rideva e se ne scherniva. Viveva sola in una casupola di legno di due stanze, una cucina e una con un letto e un piccolo patio dove era solita sedersi a rammendare le sue poche cose o a riposare la mente. Le stava, sempre, accucciata ai piedi Neve, la cagna bianca a pelo lungo, che la seguiva ovunque fin da quando l’aveva salvata, una mattina nevosa di quell' inverno inoltrato, dai vortici del fiume in piena che si era intestardita a voler attraversare. I genitori erano morti ai confini della dimenticanza mentre sudavano sangue in una miniera di rame e i soldi dei padroni, i ricchi, una volta tornata alle origini, ai confini della verità, le permettevano di condurre una vita modesta, lì nel villaggio, attorniata dalla gente che amava e l’amava e la rispettava per la sottile bellezza che l’ avvolgeva. E così passavano i giorni, uno dietro l’altro e tutti uguali, solo il clima influiva su l’ umore delle ventiquattrore, la pioggia, il sole, a volte cocente, il vento o la neve, rendevano la giornata diversa una a l’altra e l’umore degli abitanti variava al variare dell’umore del clima e dei suoi capricci. E una mattina di mezzo autunno, sferzata da un vento gelido che s’infiltrava, subdolo, tra le reni degli abitanti, alcuni sentirono latrare, simile a un pianto, la cagna Neve che videro correre per tutto il villaggio, come fosse uscita di senno. La povera bastarda cercava di portare gli abitanti verso un luogo da lei scelto e così alcuni uomini e donne, stringendosi tra loro per darsi forza e coraggio la seguirono fin sotto la tettoia dove, svenuta giaceva la bella Elina. La cagna guaiva e leccava il viso tumefatto e sporco di sangue ormai raggrumato così come le vesti strappate e le cosce nude dove era colato dal pube sangue oramai rappreso. Elina era stata violentata e chissà da quanto tempo giaceva seminuda al gelo sferzante del vento. Aveva lottato, si era difesa, lo si capiva dalle vesti strappate, dalle unghie insanguinate e lacerate, ma solo la sua fragilità, l'aveva fatta soccombere, facendole perdere la verginità. Fu una brutta mattina, una mattina indimenticabile per le memorie di tutti gli abitanti del villaggio. Elina, la loro sottile bellezza, brutalizzata, sventrata, violentata, le avevano rubato la sua illibatezza, la sua intimità e la gente umile capì che c’era più amore nella bellezza per le cose fragili, molto di più che nella sottile bellezza di Elina e cercarono in ogni modo di non farle soffrire la solitudine, tutti le furono vicini e armati di grande solidarietà. Era venuta alla luce una nuova bellezza, la bellezza delle cose fragili che pur non avendo intaccato la sottile bellezza, certamente l’aveva scossa, nell’ intimo più profondo. La fragilità, come il riverbero tremulo di una candela, un niente. E i giorni, sempre uguali, continuarono a scorrere e non c’era bisogno nemmeno di sapere quali fossero, dato che era il clima che li rendeva diversi l’uno a l’ altro e ormai anche l’inverno era sopraggiunto. E non si sentiva più la ragazza di prima, la ragazza che da sola aveva avuto il fermo coraggio di tornare alle origini, di tornare alla verità, al suo villaggio, dai confini della dimenticanza. Essa che poteva essere un regalo per gli altri, era fragile, la sua sottile bellezza era diventata sofferenza, solitudine. Lei pervasa, ormai, da questa nuova bellezza delle cose fragili, poteva decidere di rialzarsi e ricominciare. Ne soffriva dentro, in lei era subentrata l'ansia, la paura del buio, le batteva il cuore, la malinconia, aveva perso fiducia nel prossimo e nulla le interessava più, nemmeno mangiare per poter continuare a vivere. Ecco, aveva conosciuto questa fragile bellezza. E tutto questo solo per aver dato asilo a due viandanti. E così Elina si recò al fiume, dopo aver fatto mangiare, vicino al fuoco, la sua adorata cagna, e lì, riempì di grossi ciottoli un sacco che fermò più volte con della corda robusta alla vita e si lasciò possedere dalla corrente, si donò, quasi a purificarsi, ai vortici di quel fiume ribelle che, sulla mappa del villaggio, ne segnava una piccola venatura proprio ai confini della verità. 
– ilprincipedellemaree: 14/08/2014(diritti riservati) -



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