1 agosto 2016

Natura morta






 
“A chi fa un sacco di fatica a capire la propria zolla di terra, non resta molto per capire il resto del campo.”(A.Baricco)


Tutti in ufficio lo chiamavano natura morta e lui nel bene e nel male, sfuggiva ad ogni logica e mai nomignolo era stato affibbiato con più maestria. Lavorava con me e con me si confidava, perché io, per noia o forse per bontà, l’ assecondavo dandogli dei consigli. Era come un cervo uscito dalla foresta, onesto, sensibile, quasi incredulo e timido. Lavorava in uno stanzino angusto con una stufetta nascosta tra le gambe, sotto la scrivania mezza sgangherata. Vivevano soli lui e la madre e di questa era succube, assecondando, quasi servilmente, ogni richiesta pur di cercar di distogliere il pensiero e lo sguardo di lei da sè e, a volte, ci riusciva. Il grande cruccio della vedova era quello di vederlo accasato con una donna, una qualsiasi. Non aveva pretese di alcun genere, l’ importante era che prendesse moglie prima della sua morte, insomma che una donna la sostituisse. Questa insistenza creava, in lui, seri problemi e lo rendeva confuso e maldestro di fronte all' altro sesso. Era un po’ come andare al primo appuntamento con una donna, tentar di fare tutto bene fino al momento di tornare a casa per concludere e rovinare la serata mostrando un imbarazzante calzino bianco e orribilmente corto sotto il solito pantalone nero. Bene, ma non benissimo insomma, anzi a dire il vero, male, proprio malissimo. Lo consigliavo di non affliggersi, di tentare e maggiormente di sperare, perché un domani la speranza si sarebbe rivolta a lui e avrebbe sorriso. "Arriverà caro amico. In un mondo che non ci da più certezze non toglierti anche l’ ultima rimasta, la speranza e non considerarla come se fosse un cibo precotto buono da tirar fuori dal congelatore quando non sai cosa cucinare." Scuoteva la testa afflitto e rispondeva che tutte le sue speranze erano, ormai, crollate. Gli dicevo, spesso, che la speranza aiuta a credere e che è la migliore propaganda di te stesso. Non era bello e nemmeno piacevole, basso, lievemente sovrappeso, un po’ stempiato, di carnagione chiara. Andava per i cinquanta anche se, per la verità, non li dimostrava. Indossava sempre lo stesso cappotto color grigio topo e solo camicie bianche e non possedeva che tre cravatte e le indossava, cambiandole, ogni santo giorno. Gli consigliavo d’ indossare dei pullover per sembrare più giovanile, ma niente, si voltava lamentandosi e si rinchiudeva nel suo sgabuzzino. Non aveva personalità e il punto è che chi non ce l’ ha non se la può dare. Certo lamentarsi era un suo diritto, pari quasi alla necessità di esprimere il proprio disappunto per certi miei discorsi che, in verità, erano dettati solo dal desiderio di vederlo tranquillo accanto a una donna che lo apprezzasse per quello che lui le avrebbe potuto offrire: una casa, una compagnia per la vecchiaia, una sicura tranquillità e una tavola sempre imbandita. E tentavo d’ inculcargli i miei principi, lo spingevo a non demordere, ad avere pazienza ed equilibrio con la madre, a sperare sempre, spiegandogli che la speranza non è statica, non è attesa e che deve sempre avere la capacità di condurti da qualche parte. La speranza, questa santa donna finalmente una domenica poggiò la mano sulla spalla e gli fece conoscere una donna, timida, tanto buona e dolce che frequentava la sua stessa parrocchia e la chiesa fu il luogo dei loro primi incontri e lì ebbero i primi approcci. Si guardavano negli occhi e rimanevano in lunghi silenzi estasiati come si fa dinanzi a una natura morta del Caravaggio, del Cezanne o di Rembrandt. Erano talmente timidi che non immaginavano nemmeno che avrebbero potuto passeggiare o sedersi di fronte in un bar. Di una cena in un bel ristorantino sul naviglio neanche a parlarne, forse solo dopo un eventuale matrimonio, si sarebbe affacciata, nelle loro menti, questa possibilità. Di andare insieme al cinematografo, chissà. Ma, dato che così doveva essere, perché è nella natura stessa delle cose, venne anche il giorno del loro primo vero appuntamento. Non avevano avuto il coraggio di confessare che, in fondo, insieme stavano bene e che tra di loro si era instaurata una serena tranquillità che li portava a pensarsi, reciprocamente, durante tutta la giornata. Si sarebbero incontrati davanti al portone della chiesa per poi passeggiare, forse mano nella mano, lungo il naviglio. Aveva comprato anche una rosa rossa. L’ aspettò per ore e ore con il fiore in mano, inutilmente. Seppe solo dopo molti mesi, leggendo un vecchio foglio di giornale che il fruttivendolo aveva usato per avvolgere due arance con cui avrebbe pranzato, dato che la vecchia madre lo aveva lasciato solo, che la giovane, di cui era riprodotta la foto, il giorno del loro primo appuntamento, scendendo dal tram che l’avrebbe condotta a lui, aveva attraversato la strada ed era finita sotto le ruote di un autocarro e lì era rimasta, sull’ asfalto caldo dei raggi del primo sole d’estate. Lui fu trovato, poi, appeso per il collo al gancio della doccia, da una delle sue tre cravatte. Sul tavolo due arance, la foto della madre e un vecchio foglio di giornale con su scritto a matita: " Se non ci sarai, non ci sarò pur' io ". – ilprincipedellemaree:14/12/2014 -

 

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