27 maggio 2017

Racconti sensuali: Dark Lady

 
 



“... Cercami
nelle voglie lontane che parlano sommesse ..." (bitw)
 

Lo invito a cena in un ristorantino a poche centinaia di metri da casa perchè ho voglia di un uomo e lui lo è, sui cinquanta, brizzolato e piacente. Deve essere mio a tutti i costi e per questo, qualsiasi posto è ideale. Io sono per le cose complicate. Che nebbia sfrontata, più sfrontata di me, m’ avvolge tutta e si insinua in ogni angolo della mia carne e tra le cosce affusolate. Con i capelli neri, ondulati e ricci, sono proprio un’ape regina che spinge l’ ape operaia verso il baratro. Mi stringo a lui strofinando il seno contro il suo braccio. Sono perfetta in questo abitino nero, attillato e scollato, autoreggenti nere, uno spolverino di pelle, rigorosamente, nero. Nell’intimo, la mia nera nudità con il suo ciuffo appena accennato e sopra i capezzoli piccoli e rosa di donna non ancora divenuta madre. Attraversiamo il ponte dei venti archi, non una macchina, non un passante. E’ la nebbia a farla da padrona. Ecco il settimo arco, con la sua rientranza che ripara un poco dagli sguardi indiscreti, ecco il posto dei miei amori liceali e dove di sera mi viene sempre il desiderio, rientrando a casa, di accovacciarmi per dare libero sfogo alla mia pioggia dorata. “Massimo, ho bisogno di liberarmi, questo freddo pungente mi procura uno stimolo impellente, stammi vicino, puoi anche guardare se ti piace”. Balbetta un specie di “Si certo”. Intravedo alle sue spalle, di fianco, nella rientranza, una sagoma scura che non riesco a capire se d' uomo o donna. L’ombra accende un fiammifero per far capire che è li a guardarci e questo mi fa impazzire dalla voglia. Alzo il vestito fino al ventre, mi giro per dargli modo di assaporare con lo sguardo il culetto non più vergine e mi rigiro passando la mano sul ciuffetto nero, sorrido, mi accovaccio a gambe larghe stringendogli la mano e do sfogo al mio piacere. Mi alzo e metto la sua mano tra le cosce, dicendo: “Asciugami e poi lecca le dita”. Esegue, mentre m’ intrufolo tra le pieghe del pantalone, stringendogli i testicoli. Mugola per il dolore, mi alza il vestito fino ai reni. Sbottono il pantalone e tiro fuori un sesso duro, caldo, umido e bitorzoluto. Mi chino per succhiarlo. ”No!”. Alza una coscia, m’ incastra al pilastro freddo ed umido per la nebbia e mi “violenta” succhiandomi e mordendomi il collo e i capezzoli. In due minuti, tanto dura il tutto, vengo urlando più volte, mentre lacera l’inguine con il membro assatanato. La figura nascosta nella nebbia si sarà masturbata? Chissà. Siamo come due ubriachi, singhiozziamo e non riusciamo a parlar per l’ affanno. Ricomposti, ci affrettiamo verso il ristorante, ma  non più abbracciati. Sento il respiro e il battere del suo cuore. Entrati nel locale sediamo all’ unico tavolo libero di fianco a una bella e giovane coppia che ci squadra sorridendo. Lui, stravolto, chiede di assentarsi per pulirsi l’ inguine. Rimango sola e già vorrei fuggire. Ho portato a termine la mia voglia sensuale, lasciva. La coppia di fianco guarda e parlotta, lui sta pagando il conto e lei alzandosi e fissandomi negli occhi parla, senza ritegno: “Dai vieni, chiudiamo la serata a casa nostra, ti faremo provare cose piacevolissime”. Sorrido ammiccando, mi alzo ed esco dietro loro. Io sono un’ ape regina, lui è solo un’ape operaia, solo un mozzicone da schiacciare sotto il tacco della scarpa, come ho sempre fatto con la maggior parte degli uomini dopo aver estirpato dal loro inguine il massimo piacere. Lo stesso avverrà, con la coppia che mi sta precedendo, abbracciata, attraverso questa sadica nebbia.     
- ilprincipedellemaree:01/10/2010(diritti riservati) -


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