10 agosto 2017

Racconti sensuali: Il giovin signore

 
 
 


 
“Filtrano dalla mente certezze profumate, nascono dal letame germogli furibondi. Il torto della vita è di vederne il fondo.”(bitw)

 
Il nostro fattore, avanti negli anni, aveva sposato una giovane di nemmeno venticinque. Ogni fine settimana e durante le feste i miei genitori mi portavano in campagna verso la collina dove mio padre aveva ereditato una grande fattoria con bestiame e tanta terra intorno che faceva coltivare e che produceva notevoli benefici. Lì trascorrevamo più tempo che nella casa di città dove frequentavo il primo anno della Facoltà di Medicina e Chirurgia. Avrei dovuto imparare a controllare l’ andamento della fattoria, ma poiché non mi ritenevo tagliato per quel tipo di lavoro ero più propenso a farmi distrarre da lei, la mia dolce ossessione, la giovane moglie. Fremevo quando le ero vicino e andavo annusando il suo odore, la guardavo e spiavo ogni movimento; d’ estate indossava vestitini leggeri scollati e corti alle ginocchia, abbottonati sul davanti per tutta la lunghezza e per comodità nei movimenti usava tenere libera l’ ultima asola alle ginocchia. Era discretamente formosa, sedeva spesso con mia madre sotto il pergolato su delle sdraio e smuovendo l’ aria col ventaglio cercava il fresco leggendo riviste, libri o dedicandosi, chiacchierando, alle parole crociate. Sicura, serena, tranquilla, accavallava le gambe senza badare a me ne a chiunque altro si trovasse lì, dato che era nata tra quella gente e cresciuta come una figlia nella nostra casa. La mente fervida vagava e immaginava situazioni eccitanti, le più intriganti, tutto quello che sarebbe potuto accadere tra noi, in fondo avevo solo sei anni meno di lei dato che il tutto risale a venticinque anni fa. La sera aspettavo che per ultima si recasse nel bagno sulla terrazza, dove il vetro smerigliato rifletteva i lineamenti sbiaditi e la immaginavo discinta, seduta sul water o sul bidet lavare la sua intimità. Spiavo dal buco della serratura che proiettava visioni parziale di una sua mammella ben tornita o di una coscia nuda. La mano correva a masturbare il pene che svettava turgido e riuscivo a venire tra brividi di paura misti a piacere. Di pomeriggio mi stendevo in una delle camere da letto indossando solo pantaloncini, lei entrava e si sdraiava di fianco a me con il vestito che le saliva fin quasi all’ inguine. C' era una tale intimità fra tutti noi che la situazione rasentava una noiosa normalità. Raggomitolata al mio fianco, con la scollatura che mostrava l’ attaccatura dei seni abbondanti, circondava il collo col suo braccio e mi posava la fronte sulla guancia addormentandosi. Vedevo le perle di sudore sulla fronte e l’ odore gradevole che emanava la sua ascella che avrei voluto leccare per ore, ma non succedeva assolutamente nulla e così m' addormentavo spossato dal caldo. E venivano i giorni in cui rimanevo solo in casa perché tutti si recavano la mattina al mare, per far ritorno nel tardo pomeriggio. Di solito veniva a preparar da mangiare una delle donne che frequentavano casa, una vedova di circa quaranta anni e più. Aspettavo con ansia quei momenti perché preso dal desiderio della mia dolce ossessione frugavo nelle stanze, tra le sue cose, perfino nella lavatrice, in cerca di indumenti intimi, un reggiseno, autoreggenti, reggicalze, mutandine magliette intime che odoravo passandole tra le labbra e con quelle ancora da lavare le avvolgevo intorno al pene e mi masturbavo con ardore. Era un frugare spasmodico, intimo, proibito, mi spogliavo nudo e camminavo per le stanze col pene duro che strofinavo contro il muro, sulle poltrone, sul suo letto matrimoniale, finchè non mi stendevo lì e venivo contro il cuscino che la sostituiva indegnamente. Un giorno col sesso duro che faceva bella mostra di se, entrai in cucina per prendere un bicchiere d’ acqua dal frigo e non m’ accorsi che c’ era la vedova intenta ai fornelli che vedendomi nudo, urlò. Scappai in camera tuffandomi sul letto, sperando che non riferisse la cosa ai miei genitori. Sull’ uscio della stanza la sua voce mi chiese cosa desiderassi, le spiegai che volevo solo dell’ acqua fresca e che pensavo di essere solo in casa. Entrò sorridendo e mi porse, sedendo sulla sedia di paglia di fianco al letto una brocca d’ acqua. Mentre bevevo dal collo della brocca, scostò il lenzuolo e ingoiò tutto il mio sesso fin giù la gola, succhiava avida e lo martellava con la lingua e mi fece venire, urlando, in pochi secondi. Disse che avremmo potuto farlo ogni giorno e che la sera era sempre sola in casa. Non ancora sazio la presi per le spalle, le alzai la gonna e inondai di sperma la figa depilata. Andò via leccandomi le labbra e carezzando la guancia. Continuammo a far sesso ogni giorno e per lungo tempo; spesso mi recavo da lei in macchina, partendo dalla città, c' incontravamo a casa sua durante la settimana anche d' inverno. Le piaceva esser presa distesa sul tavolo della cucina, a pancia su, con le caviglie ancorate alle mie spalle. Mi dava tutto ciò che chiedevo, esaudiva ogni desiderio anche il più sfrenato senza far domande. Era sensuale, intrigante, sottomessa e lei, da assetata di sesso, godeva più di me e per più volte, chiamandomi, mentre veniva, il suo giovin signore. Quando ero stanco, dopo averla posseduta tre, quattro volte, la scopavo con un cetriolo o un oggetto qualsiasi trovato al momento e m' inventavo le cose più impensate. Era sottomessa a ogni mio volere. Nessuna ragazza sapeva soddisfare la voglia di sesso e le mie stravaganze, come lei, ero sazio, felice, ma purtroppo non la possedevo mentalmente. Io, ogni volta, facevo l’ amore con l’ immagine della giovane moglie che avevo chiusa sempre e da sempre nella mente e nel cuore.
– ilprincipedellemaree:31/01/2011(diritti riserviti) –
 
 


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